La nuova protagonista del diario digitale Storie di Resilienza ci regala una nuova pagina carica di insegnamenti ed emozioni. Al centro la passione della fotografia e il carisma di una donna, in questo racconto e non solo, simbolo di forza e coraggio.
Giulia Dari è una fotografa professionista che ha trasformato la sua passione in lavoro, immortalando spazi, anfratti e sguardi di persone di tutto il mondo. La sua vita però cambia improvvisamente quando nel 2024 per grave problema di salute è costretta a lasciare l’Australia.
La diagnosi è un tumore polmonare aggressivo che la porta ad un cambio di rotta e a confrontarsi con altre dimensioni: l’attesa che non significa passività e la fiducia verso chi la cura.
Giulia ha scritto alla nostra redazione per incoraggiare gli altri a non mollare.
Dice di noi e questo ci rende felici: “Credo che storiediresilienza.org sia uno spazio importante perché permette di riconoscersi nelle storie degli altri e di sentirsi meno soli”.
Nella sua intervista, che trovate qui sotto, il tema della malattia è forte ma non tanto da distogliere lo sguardo da altri aspetti. Ad esempio dal coraggio e dalla forza in se stessa, che non le fa perdere la lucidità e la consapevolezza che la vita è un dono troppo importante. Da vivere sempre e comunque.
La fotografia le è stata terapeutica, una vera e propria ancora di salvezza, come spiega nell’intervista al nostro redattore Federico Feliziani.
INTERVISTA ALLA FOTOGRAFA DI VIAGGI GIULIA DARI
Cos’è per lei l’arte della fotografia?
Mi obbliga a essere presente sempre, a guardare con attenzione, ad aspettare il momento decisivo, a scegliere cosa includere e cosa lasciare fuori. Non serve solo a raccontare ciò che vedo, ma anche a chiarire quello che sto vivendo. In diversi momenti della mia vita è stata un punto di riferimento stabile, qualcosa che mi teneva ancorata alla realtà, qualcosa che poi pian piano mi ha portato fin dall’altra parte del mondo.
Lei è riuscita a conciliare professione e passione. Come ci è riuscita?
La fotografia di viaggio non è stata una scelta strategica, ma una conseguenza naturale di come guardo il mondo. Conciliare le due cose è possibile, ma non è semplice: richiede flessibilità, capacità di adattarsi e la disponibilità a rimettersi in discussione. Quando la passione diventa lavoro, perde un po’ di idealismo, ma guadagna profondità. È lì che capisci se quello che fai ti rappresenta davvero.
La vita è fatta di momenti bui e tempestosi. Come si possono affrontare le difficoltà?
Nei momenti più difficili cerco di non rimanere bloccata nei pensieri. Mi muovo, esco, faccio altro. Non per evitare il problema, ma perché so che l’immobilità mentale lo amplifica. È compute dei miei medici pensare alla mia salute, non il mio perché non saprei proprio come fare. La cosa fondamentale per me è essere presente: qui e ora. Un concetto buddista antichissimo semplice da spiegare ma difficile per noi occidentali da mettere in pratica. Penso solo a quello che sto facendo nel momento in cui lo sto facendo, respirando.
Il presente è l’unico spazio in cui posso davvero intervenire. Ieri è passato, domani non si sa, ora solo è il nostro momento. I valori che metto in campo sono la responsabilità verso me stessa, la costanza nella determinazione e l’accettazione dei miei limiti, senza negare la fatica ma senza farmi definire solo da quella.
Che cosa è per lei la resilienza?
La parola Resilienza è stata una grande scoperta. Un lavoro quotidiano di cura verso me stessa. Non è resistere a tutti i
costi, ma imparare a volermi bene, ad ascoltarmi, ad accettare le nuove parti di me che prima della malattia non c’erano, e a mettermi al primo posto, sempre. Fare quello che mi piace, creare una vita di valore, vivere bei momenti e di conseguenza di ricordi.
Tenere la mente ferma e stabile nonostante le intemperie e difficoltà del momento. Il termine Resilienza mi ricorda molto il concetto di Samadhi, termine sanscrito che definisce la capacità di restare centrati, presente e stabile, anche in situazioni difficili. La resilienza non elimina il dolore, ma evita che prenda il controllo completo della mia vita.
Ci racconta meglio la sua storia?
Ero in Australia, precisamente a Newcastle, per lavoro. Ad aprile 2024 a causa di una tosse e una flebite alla gamba sinistra sono costretta a lasciare il Paese. Dopo vari accertamenti, rx torace e TC, mi viene diagnosticato un cancro polmonare con mutazione rara (ROS1) al quarto stadio, metastatico, con vari organi coinvolti.
Dopo un ricovero in ospedale di un mese, con drenaggio polmonare, sono arrivata nel reparto del prof. Michele Maio a Siena, dove iniziano le mie cure. Nel luglio del 2024, proprio durante il mio ricovero, arriva in reparto un farmaco target nuovo che in soli tre mesi ha ridotto la malattia di oltre il 50%. Quel farmaco ha continuato a funzionare per sette mesi, poi purtroppo la malattia è ripartita.
Quando i miei medici stavano valutando un trasferimento a Roma per tentare un’altra strada, è arrivata una nuova possibilità: un nuovo farmaco Target, introdotto a marzo. Da allora, fino a oggi, ha ridotto la malattia quasi completamente. Ora resta soltanto una lesione di pochi millimetri. Questi farmaci, dall’esterno, possono sembrare innocui. In realtà portano con sé nausea, dolori articolari, giorni in cui non riesco a fare nulla e altri in cui invece ce la faccio.
Non ho perso i capelli, ma il mio corpo non è più quello di prima. È un corpo che combatte ogni giorno, e che ogni giorno paga un prezzo.Ogni giorno che vivo è un giorno in più rispetto a tutte le previsioni iniziali, e cerco di dargli il senso che merita.
Cosa suggerisce a chi sta vivendo un grave problema di salute?
Suggerisco di non buttarsi giù anche se sembra un consiglio scontato. La Medicina sta facendo passi da gigante. Fare un passo alla volta è importante e non pretendere troppo da sé stessi. Bisogna chiedere aiuto quando serve e non isolarsi. Consiglio di fare ciò che ci rende felici.
Di vivere e stare nel momento presente: qui e ora. Concentrarsi su ciò che è possibile fare oggi, anche poco. La difficoltà non definisce il valore di una persona. Prendersi cura di sé, anche in modo semplice e concreto, è già una forma di resilienza.
Ringraziamo di cuore Giulia Dari per aver arricchito con la sua voce il blog di “Storie di Resilienza”, donandoci una testimonianza da cui è possibile imparare un approccio alla vita positivo e combattivo. Per andare oltre la tempesta e cercare il sole oltre le nuvole.

