La CURA non è solo una questione clinica. Attorno a questo universo ruotano diversi elementi che, trascendono terapie e farmaci, dunque gli aspetti strettamente sanitari, che contribuiscono in modo diverso al benessere e alla salute della persona. 

Il primo elemento è l’ atteggiamento empatico professionisti della cura, la capacità di ascoltare il paziente e instaurare un rapporto di fiducia. Come giornalisti specializzati da tempo nell’ambito sanitario abbiamo voluto la relazione empatica tra chi cura e chi riceve la terapia, il centro narrativo del nuovo format ABBI CURA evidenziando l’importanza del tempo di ascolto.

Il secondo aspetto che contribuisce positivamente all’universo della salute è l’accoglienza e il calore che possono trasmettere i luoghi deputati alla cura. Un obiettivo che centra in pieno l’innovativo progetto “Ospedali dipinti” nato da un’idea dell’artista Silvio Irilli.

L’ARTE COME UMANIZZAZIONE DELLE CURE

Ospedali Dipinti non è solo arte decorativa, ma un progetto che unisce psicologia, design, empatia tra il medico, il paziente e la famiglia contribuendo ad un’alleanza terapeutica.

Ci colpiscono le parole e il modo in cui Silvio realizza i suoi capolavori di umanità negli ospedali, dalle sale di chirurgia alle sale d’aspetto a quelle diagnostiche, lasciando senza fiato e con un sorriso sognante qualunque osservatore: 

Per me, significa molto dimostrare che bellezza ed emozione non sono un lusso, ma possono diventare parte della terapia.

Mettere la propria arte al servizio dell’umanizzazione delle cure è un talento creativo ma anche un impegno costante per Silvio Irilli che in questi anni non è mancato di sensibilizzare, in giro per le scuole, i più giovani sul dono della vita, per imparare ad essere grati nonostante i problemi e le difficoltà e a darsi una seconda possibilità.

Siamo felici che il diario di Storie di Resilienza si arricchisca della storia e dell’intervista al Fondatore di Ospedali Dipinti a cura di Federico Feliziani.

 

INTERVISTA A SILVIO IRILLI 

Quanto l’arte può contribuire al benessere e alle terapie?

L’arte può contribuire al benessere e alle terapie molto più di quanto si pensi, non come alternativa alla medicina, ma come parte integrante dell’esperienza di cura. Prima di tutto, agisce sulla percezione. Un ambiente che emoziona trasforma un luogo associato alla paura in uno spazio più accogliente. Questo riduce l’ansia, abbassa la tensione e aiuta il paziente ad affrontare la terapia con uno stato emotivo diverso. E lo stato emotivo, in medicina, conta: influisce sulla collaborazione del paziente, sulla sua resistenza allo stress e persino sulla percezione del dolore.

Poi c’è un aspetto più profondo: l’arte restituisce un senso di controllo. In contesti come la radioterapia, dove spesso ci si sente passivi, l’immaginazione offre una via di fuga mentale. Non cambia la realtà clinica, ma cambia il modo in cui la si affronta.

Nei bambini questo è immediato, entrano nel gioco, nella fantasia. Ma anche gli adulti, inizialmente scettici, vengono coinvolti. Basta un’esperienza diretta per attivare lo stesso meccanismo. È come se l’arte riaprisse uno spazio emotivo che credevano chiuso.

E a volte riesce a fare qualcosa di ancora più raro: rendere possibile un sorriso dove nessuno se lo aspetta.

 

Agli inizi della sua carriera ha regalato emozioni ai visitatori dei parchi divertimenti con i suoi ritratti. Oggi dona una degenza più accogliente ai pazienti. Ci sono valori od elementi artistici che utilizzava in passato e che sono parte integrante di questo progetto?

Più che un cambiamento, il mio percorso è stato un trasferimento di linguaggio: dagli spazi del divertimento a quelli della cura, mantenendo però gli stessi valori di fondo. Agli inizi, nei parchi divertimento, il mio lavoro non era solo decorativo. I ritratti e le scenografie servivano a creare stupore, coinvolgimento, ricordo. 

Le persone si fermavano, si riconoscevano, vivevano un’esperienza emotiva. L’idea era già quella di trasformare uno spazio in qualcosa di vivo. Nel progetto “Ospedali Dipinti”, questi stessi elementi si ritrovano, ma con una funzione più profonda.

L’immersione, che prima serviva a entrare in un mondo fantastico, oggi aiuta il paziente a uscire mentalmente da un contesto clinico difficile. La centralità della persona passa dal visitatore al paziente, che non osserva soltanto, ma vive l’opera. L’emozione resta il filo conduttore: nei parchi era divertimento, in ospedale diventa uno strumento per ridurre ansia e paura.

Ogni ambiente racconta una storia, un mare, una foresta, un viaggio, che permette al paziente di spostarsi, anche solo per pochi minuti, in un altro luogo mentale. Il linguaggio resta accessibile, immediato, comprensibile a tutti, anche in momenti di fragilità.

 

Ospedali Dipinti nasce da un’esigenza o da un desiderio?

Tutto inizia quando nel 2012 entrai in contatto con il mondo ospedaliero pediatrico e mi resi conto che i bambini purtroppo si ammalavano di cancro con aspettativa di vita spesso, molto breve. Ma c’era un’altra ingiustizia: dovevano affrontare il percorso di cura e di speranza in ambienti spesso freddi, anonimi e spaventosi. Pensai che nei pensieri dei bambini c’era il gioco, la fantasia ed era giusto far continuare il loro sogno anche in ospedale.

Da qui partì l’idea di trasformare fisicamente gli spazi: pareti bianche che diventavano mondi fantastici, corridoi che diventavano percorsi narrativi, sale mediche che potessero essere ambienti più rassicuranti, dove l’ambiente potesse diventare immersivo e abbracciare con le emozioni il paziente.

Il progetto nasce per tre motivi principali:

  1. Ridurre la paura dove le ambientazioni artistiche aiutano a distrarre, calmare e creare un senso di sicurezza
  2. Umanizzare la cura per portare umanità dentro la medicina: non cambiano le cure, ma cambia completamente come vengono vissute.
  3. Arte non solo come decorazione. 

Immaginiamo avrà avuto l’occasione di conoscere e parlare con qualcuno dei pazienti pediatrici. C’è stata una risposta o una esternazione in merito ai suoi dipinti che ricorda e ricorderà sempre con particolare piacere ed emozione?

Sì, riguarda il reparto di oncologia.

Il bunker di radioterapia era sempre stato un luogo silenzioso, quasi sospeso, dove le persone entravano con lo sguardo basso e il passo lento. Un posto che non lasciava spazio all’immaginazione. Poi, da una richiesta del “Policlinico Gemelli” di Roma qualcosa cambiò. Proposi l’interpretazione integrale del bunker con l’acceleratore e le pareti si riempirono di colori, di onde leggere, di pesci, del sorriso dei delfini e la calma delle tartarughe che sembravano muoversi davvero. Il soffitto diventò una superficie d’acqua attraversata dalla luce. 

Il bunker non era più un bunker: era un acquario. I primi a entrarci furono i bambini.

Li osservavo, come tutti. Entravano timidi, stringevano la mano dei genitori. Ma quando uscivano… uscivano sorridendo. Non un sorriso forzato, ma vero, leggero, quasi stupito. Come se fossero stati altrove, anche solo per qualche minuto.

Ricordo gli sguardi dei medici. E il mio. Ci guardavamo senza parlare, con la stessa domanda negli occhi: com’era possibile?

Ma la scena più sorprendente era in sala d’attesa.

Gli adulti, seduti, in silenzio, aspettavano il loro turno. Guardavano quei bambini uscire dal bunker sorridendo e non capivano. Qualcuno accennava un sorriso incredulo, qualcun altro scuoteva leggermente la testa. In quel luogo, il sorriso sembrava fuori posto.

Poi arrivava il loro turno.

Si alzavano lentamente, con la stessa tensione di sempre, e sparivano dietro quella porta che per anni aveva significato paura. E lì dentro trovavano il mare. I colori. La luce che si muoveva come acqua.

Quando uscivano, non erano più gli stessi.

Non ridevano sempre, ma nei loro occhi c’era qualcosa di diverso. Una calma nuova, una sorpresa silenziosa. E finalmente capivano. Capivano i bambini. Capivano quel sorriso che prima sembrava impossibile.

In quel bunker non era cambiata la cura. Era cambiato tutto il resto.

 

Le sue opere sono visibili negli ospedali pediatrici ma anche nelle strutture che accolgono ragazzi con grave forma di autismo. Come avviene la scelta di un dipinto per un determinato spazio? 

La scelta del soggetto non è mai casuale, ma nasce da un’analisi dello spazio e delle persone che lo vivranno nel reparto. Quando ricevo una commissione, si considera soprattutto la tipologia dei pazienti: bambini e adulti hanno bisogni emotivi differenti. Ho un dialogo con lo staff medico per comprendere criticità e momenti più delicati. Il soggetto scelto (mare, natura, scenari immersivi, ecc.) è quindi sempre funzionale a creare un’esperienza che accompagni il paziente e migliori il suo stato emotivo, non solo a livello estetico ma anche psicologico.

 

In questo Blog ci occupiamo di dare spazio alla resilienza. Cosa è per Lei la Resilienza?

Nel mio percorso artistico la resilienza è stata fondamentale. La mia storia sembra un film, fatta di cadute e risalite, in certi momenti sembrava tutto finito e poi grazie alla mia intraprendenza e desiderio di realizzare il sogno che avevo da bambino, fare il pittore, è diventato realtà.

Oggi la resilienza è un tema centrale nel mio lavoro, soprattutto nel progetto Ospedali Dipinti.

La resilienza non è solo “resistere” alle difficoltà, ma trasformare un’esperienza negativa in qualcosa di positivo e umano. E me lo dimostrano i genitori che perdono un figlio/a e portato via da una grave malattia e quella che è una tragedia la trasformano in un grande gesto d’amore creando associazioni o fondazioni per stare accanto gli altri bambini che devono affrontare le cure. La resilienza è bellezza che cura, immaginazione che sostiene, arte che umanizza la sofferenza, perché un ambiente che emoziona è parte della cura e un paziente è soprattutto una Persona, non dimentichiamolo. 

La Redazione di Storie di Resilienza ringrazia di cuore l’ideatore del progetto e artista Silvio Irilli per aver raccontato un progetto che ci ha emozionati. “Ospedali dipinti” non è solo disegni e decori eseguiti in modo magistrale ma un’ esperienza che regala attimi di felicità e di colore anche quando il mondo dentro di noi è spento.